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Imparare con il Cinema: "I cento passi" Stampa
Scritto da Maura Maioli   
mercoledì 02 dicembre 2009
Dal film “I 100 passi” emergono varie tematiche che riguardano il mondo della mafia, ma anche il mondo dei giovani. Alla fine degli anni Sessanta a Cinisi, un piccolo paese siciliano, la mafia domina e controlla la vita quotidiana oltre al traffico della droga.Il giovane Peppino Impastato entra nella contestazione con originalità: costituendo la stazione radio “Radio Aut”.Con questa punisce, utilizzando l'arma dell'ironia, i potenti malavitosi locali fra i quali Zio Tano (Gaetano) Badalamenti.Peppino verrà massacrato facendo passare la sua morte per un suicidio.“I cento passi” è un film di impegno civile che si assume il compito di ricordarci che la lotta a quel complesso fenomeno che si chiama mafia, non spetta a una “parte” della collettività, ma a tutti, perché

«La mafia uccide, l’indifferenza pure».

Può, in effetti, capitare che la sfiducia nel prossimo comporti uno stato di rassegnazione e di ostinato silenzio che è sinonimo di omertà, cioè incapacità di denunciare atti più o meno gravi di cui si viene direttamente o indirettamente a conoscenza. Già il titolo del film , “i cento passi”, ha un forte significato simbolico che rappresenta fedelmente la struttura di tutta la vita di Peppino Impastato: traduce la distanza fisica e terrena in cui vengono a contatto due mondi. Le realtà in questione sono quella della tranquillità di una famiglia media e la tumultuosa e silenziosa presenza dell’organizzazione criminale mafiosa.

La famiglia Impastato, in effetti, si presenta come un delicato sistema di equilibri alterati dalla presenza della rete di controllo mafiosa instaurata dal boss Tano (Gaetano) Badalamenti.

  Una figura, a mio avviso, ambigua e dinamica è quella di Luigi, il padre di Peppino, il quale attraversa una fase di profondo cambiamento grazie al temperamento e alla perseveranza del figlio. La psicologia di Luigi Impastato è bivalente: una personalità superficiale e pirandelliana, che manifesta delle rigide convinzioni mafiose; inoltre, la presenza di un animo sensibile e incompreso e l’impossibilità di ritrovare una giusta collocazione adatta al proprio “sdoppiamento”. Questo disagio si traduce in Peppino, come forza interiore di scindere le componenti umane del padre, filtrandone solo quelle positive. Per quanto concerne la madre di Peppino Impastato, Felicia Bartolotta, questa conserva l’umanità, l’amore materno e la compassione. Più volte, tenta di proteggere Peppino dal padre e indirettamente dagli attacchi della Mafia, dimostrando come il legame di affetto e preoccupazione siano di gran lunga superiori e solidi rispetto alle infiltrazioni di Cosa Nostra. Felicia Barlotta è, a mio avviso, un personaggio stereotipato ed emblematico al tempo stesso: rappresenta la tipica donna “mafiosa”, cioè quella donna utilizzata dall’organizzazione illecita come strumento che veste il lutto o che progetta vendetta. È strumentalizzata e proprio per questo vive un disagio interiore immane costituito dalla cruda realtà e rappresenta i valori della famiglia, della società, della libertà e dell’uguaglianza in cui crede. Quando uno di questi princìpi viene violato, tenta di opporsi fino a quando tale lotta termina con l’omicidio di una persona a lei cara. Ecco che spunta l’abito nero del lutto, sotto al quale veste il rosso della vendetta, tentando cioè di punire per l’orrore commesso. Il fratello di Peppino Impastato, Giovanni, è una figura per quanto marginale, di forte supporto alla famiglia, sia alla madre che allo stesso protagonista. Sempre succube di una realtà spaventosa dominata dai poteri mafiosi, che terrorizza il mondo intero, è in grado di consolare la madre nei momenti di tristezza e debolezza e provvedere a sostituire il fratello agli occhi del padre. Nonostante ciò e pienamente contrario all’ideologia mafiosa. Emozionante nel film, è la scena in cui i due fratelli si confrontano. L’affetto fraterno prevale nella scena, che si conclude con i due che si stringono la mano, ma osservano punti differenti della stanza, forse a significare gli scopi distinti perseguiti da ciascuno, forse a indicare una serie di sensazioni e idee differenti nel loro percorso, ma il cui legame invisibile è indissolubile. Infine Peppino, morto a 30 anni, il 9 maggio del 1978, cinque giorni prima della sua elezione a consigliere comunale di Cinisi nelle liste di Democrazia, è l’implacabile cacciatore di una verità evidente che in pochi riconoscevano e riconoscono tutt’ora. La vicenda di Peppino Impastato non termina con la sua morte, che conclude il film, ma prosegue con la punizione degli effettivi colpevoli.Ben ventitre anni dopo, il giornalista Peppino Impastato diventò, con bollo di giustizia, un morto di mafia.Nel 1997 Peppino fu iscritto all’albo professionale, quando finalmente Badalamenti fu incriminato.Il critico-mafiologo diffondeva tante notizie, in una Cinisi muta, sorda e cieca, divulgando il proprio pensiero sui palchi improvvisati nelle aree urbane o denunciando Cosa Nostra ai microfoni di Radio Aut.Peppino denunciava le irregolarità del suo paese, dell´aeroporto, e del commercio con l’America (dei cugini d´oltreoceano), che smerciava la droga con il Meridione italiano, facendo nomi e cognomi di malavitosi e di politici.Tano Badalamenti, l´11 aprile 2002, fu condannato all’´ergastolo per quel delitto e il 5 marzo 2001, Vito Palazzolo, braccio destro di Badalamenti, era stato condannato a trent´anni.sentenza emessa dal giudice indicava che Tano Badalamenti era il mandante del delitto eseguito da Francesco Di Trapani e Nino Badalamenti (entrambi morti).Felicia Bartolotta, madre di Peppino, aveva ottantacinque anni quando pronunciò le seguenti parole:«Ora tutti sanno qual è la verità.
Ora aspetto la condanna di Badalamenti e poi posso anche morire».
Morì il 10 dicembre 2004 a 88 anni.

 Nicola Mariotti

 
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